Serbia

Serbia

1   INTRODUZIONE

Serbia (nome ufficiale Republika Srbija, Repubblica di Serbia), stato dell’Europa sudorientale situato nella sezione centrale della penisola balcanica. Dopo il collasso della Iugoslavia, la Serbia è rimasta unita al Montenegro fino al 2006, prima nella Repubblica Federale di Iugoslavia, poi, dal 2003, nella confederazione di Serbia e Montenegro. Nel febbraio 2008 il Kosovo ha proclamato l’indipendenza, dichiarata illegale dal governo serbo. Il paese confina a nord con l’Ungheria, a nord-ovest con la Croazia, a ovest con la Bosnia-Erzegovina e il Montenegro, a est con la Romania e la Bulgaria, a sud con la Repubblica ex Iugoslava di Macedonia. La controversa secessione del Kosovo ha privato la Serbia del confine sudoccidentale con l’Albania. La superficie totale del paese, incluso il Kosovo (10.887 km²), è di 88.361 km²; la capitale è Belgrado.

2   TERRITORIO

Il territorio serbo è in prevalenza montuoso e solo nella sezione settentrionale presenta una vasta pianura alluvionale. Frangia sudorientale dell’Alföld, questa fertile pianura coincide approssimativamente con la Vojvodina ed è attraversata dal Danubio e dai suoi affluenti. La sezione nordoccidentale della regione include il Banato. A sud del Danubio, nel cuore della Serbia, si apre la Šumadija (“il paese della foresta”), regione prevalentemente collinare attraversata dal fiume Morava. Da qui, come tagliati longitudinalmente dalla valle della Morava, si dipartono i due sistemi montuosi del paese: a ovest le Alpi Dinariche che ospitano la massima elevazioni del paese, il monte Daravica (2.656 m) e si prolungano a sud, in Kosovo, nella catena delle Alpi Albanesi e della Šar Planina; a est le propaggini occidentali dei Balcani e dei Carpazi, con numerose cime che raggiungono i 2.000 metri. Si trovano qui, al confine con la Romania, le strette gole dette “Porte di Ferro”.

2.1   Idrografia

I principali corsi d’acqua della Serbia attraversano la pianura settentrionale della Vojvodina. Qui i fiumi Sava e Tibisco confluiscono nel Danubio, maggiore fiume del paese che dal confine con l’Ungheria scorre in territorio serbo in direzione sud-est e delinea successivamente il confine con la Romania. Il fiume Morava bagna le regioni meridionali e centrali prima di confluire a sua volta nel Danubio.

2.2   Clima

Il clima della Serbia è di tipo continentale, caratterizzato da inverni freddi e secchi e da una stagione estiva calda e umida. La temperatura media registrata nella capitale varia da 1,7 °C nel mese di gennaio a 23 °C nel mese di luglio.

2.3   Flora e fauna

Il manto forestale del paese, particolarmente ricco nella sezione orientale, è caratterizzato da querce e faggi sui bassi versanti e da conifere alle alte quote. Nella regione sono presenti, tra gli altri, l’orso bruno, il lupo e il cinghiale. Uccelli rapaci come il falco, l’aquila e l’avvoltoio abitano le regioni montuose.

2.4   Problemi e tutela dell’ambiente

L’inquinamento atmosferico dei maggiori centri urbani, delle acque (in particolar modo della Sava e del Danubio) e, più in generale, quello dovuto all’utilizzo di impianti industriali obsoleti è alla base dei gravi problemi ambientali che affliggono il paese; la situazione ambientale è stata ulteriormente compromessa dal susseguirsi di conflitti che hanno attraversato i Balcani dagli inizi degli anni Novanta e in particolare da quello seguito alla crisi del Kosovo nel 1999, quando la Serbia è stata colpita da massicci bombardamenti della NATO (che hanno causato, tra l’altro, la fuoriuscita di sostanze chimiche estremamente nocive dalle industrie colpite).

I numerosi monasteri serbi (tra cui quelli di Studenica e Sopocani, inclusi nell’elenco degli World Heritage Sites) e i parchi nazionali presenti nel paese sono stati a lungo, prima dell’inizio dei conflitti, meta di turismo internazionale. Nel Kosovo, soprattutto dal conflitto del 1999, molti monasteri ortodossi, tra cui alcuni di notevole importanza storica e culturale, oltreché religiosa, sono stati distrutti dalle fazioni più violente del nazionalismo albanese.

3   POPOLAZIONE

L’ultimo censimento effettuato nel paese risale al 1991. In quell’anno, la popolazione della Serbia ammontava a 9.791.745 abitanti. Di questi, il 66% erano serbi; il 17% albanesi (presenti prevalentemente in Kosovo); il 4% ungheresi (presenti prevalentemente in Vojvodina); il 2,5% slavi musulmani (che secondo il criterio iugoslavo rappresentano un gruppo nazionale a sé stante); l’1,4% rom; l’1,1% croati. Nello stesso rilevamento – che, a causa dell’introduzione della distinzione etnica, ebbe un ruolo non secondario nel successivo deterioramento della situazione nei Balcani – più del 5% degli abitanti della Serbia si definirono “iugoslavi”, omettendo di precisare l’appartenenza etnica (tra tutte le repubbliche della Iugoslavia, a definirsi “iugoslavi” furono tra 1 e 2 milioni di individui). Nello stesso anno, nelle altre repubbliche iugoslave vivevano oltre 2 milioni di serbi, di cui circa il 66% in Bosnia-Erzegovina, il 28% in Croazia, il 3% nel Montenegro e il 2% tra Slovenia e Macedonia.

La divisione della Iugoslavia e la guerra civile hanno profondamente alterato la demografia dei Balcani. Dall’inizio del conflitto, tra Serbia, Croazia e Bosnia-Erzegovina vi sono stati infatti imponenti travasi di popolazione. Dal 1991 al 1995, la popolazione della Serbia è aumentata di circa un milione di abitanti, in massima parte profughi provenienti dalla Croazia e dalla Bosnia-Erzegovina, mentre ha lasciato la repubblica la quasi totalità dei croati e dei musulmani. Nel 1998-99 altri imponenti e drammatici spostamenti di popolazione si sono verificati durante la crisi del Kosovo, che in un crescendo di violenza etnica ha visto prima la fuga della popolazione di etnia albanese e poi quella dei serbi.

Nel 2007 la popolazione della Serbia era stimata in 10.150.265 persone, con una densità media di 115 abitanti per km².

3.1   Lingua e religione

Lingua ufficiale del paese è il serbo, uno dei due rami linguistici del serbo-croato. In Serbia vengono utilizzati indifferentemente gli alfabeti cirillico e latino, con una prevalenza del primo. Nel Kosovo la lingua più diffusa è l’albanese.

La Costituzione serba garantisce la libertà di culto. La popolazione è composta in maggioranza da cristiani ortodossi, appartenenti al ramo serbo della Chiesa ortodossa orientale. Accanto ai musulmani (prevalentemente albanesi del Kosovo), nel paese sono presenti anche minoranze cattoliche e protestanti.

3.2   Istruzione e cultura

L’istruzione primaria è gratuita e obbligatoria dai 7 ai 15 anni. La Costituzione della Serbia sancisce il diritto all’istruzione nella lingua madre per le diverse comunità etniche.

L’istruzione e le numerose istituzioni culturali del paese hanno risentito degli effetti del conflitto serbo-bosniaco-croato, delle sanzioni economiche imposte al paese dalle Nazioni Unite a partire dal 1992 e dei bombardamenti della NATO successivi alla crisi del Kosovo. Per notizie relative alla cultura della Serbia si vedano le voci Letteratura Iugoslava; Cinema dell’Est europeo; Musica popolare; Danza folcloristica; Arte naïf.

4   DIVISIONI AMMINISTRATIVE E CITTÀ PRINCIPALI

La Serbia include le due province autonome della Vojvodina e del Kosovo, il quale però ha proclamato la propria indipendenza nel febbraio 2008.

La città principale e capitale è Belgrado, che è stata anche capitale della Iugoslavia e degli stati unitari costituiti dal 1992 al 2006 con il Montenegro. Altri importanti centri urbani sono Novi Sad, Niš, Subotica e Kragujevać.

5   ECONOMIA

Il paese, non particolarmente ricco di risorse, visse un periodo di sviluppo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, grazie agli aiuti concessi dai paesi occidentali in riconoscimento della sua posizione autonoma dal blocco sovietico. L’economia del paese iniziò a segnare il passo alla fine degli anni Settanta, per aggravarsi nel decennio successivo – quando l’inflazione raggiunse picchi elevatissimi – e complicarsi ulteriormente negli anni Novanta, quando la Serbia fu coinvolta nella guerra civile e colpita dalle sanzioni imposte dalle Nazioni Unite in seguito al conflitto bosniaco; applicate a partire dal maggio del 1992, le sanzioni compresero il blocco totale del commercio estero, la chiusura dei collegamenti aerei, il ritiro delle rappresentanze diplomatiche, il blocco dei beni finanziari all’estero e l’esclusione del paese dagli scambi internazionali culturali e sportivi.

Gli effetti congiunti di guerra e sanzioni furono drammatici: il paese registrò un calo drastico della produzione nonché tassi molto elevati di inflazione (300% alla fine del 1993) e di disoccupazione (circa il 50% durante il conflitto). Il settore industriale fu a lungo paralizzato dalla mancanza di materie prime e di pezzi di ricambio. Solo la parziale riduzione delle sanzioni nell’ottobre 1994 – successiva all’accordo che pose fine al sostegno militare fornito da Belgrado ai serbi in Croazia e in Bosnia – consentì una modesta ripresa dell’economia. Al fine di fronteggiare l’iperinflazione, nel 1994 fu introdotto il nuovo dinaro, ma nel paese, come in tutti i Balcani, negli anni Novanta fu il marco tedesco la moneta più usata.

Nel 1998, in seguito all’inasprirsi della crisi in Kosovo, la Serbia fu nuovamente colpita da sanzioni, rimosse solo dopo l’uscita di scena di Slobodan Milošević e la disgregazione del suo regime. I pesanti danni alle infrastrutture e alle residue industrie del paese provocati dai bombardamenti della NATO nel 1999 aggravarono una situazione economica già disastrosa.

Nel 2001 la Serbia ha ricevuto i primi aiuti internazionali che le hanno consentito di superare la fase più critica. Sulla disoccupazione non esistono tuttora dati precisi, ma secondo alcune stime è superiore al 20% della popolazione attiva ed è ampia l’area del lavoro sommerso.

5.1   Agricoltura e allevamento

Il settore agricolo riveste un ruolo primario nell’economia del paese; tra le colture più diffuse vi sono frumento, mais, barbabietola da zucchero, canapa, lino e frutta. La Vojvodina e il bacino della Morava sono le principali aree di produzione agricola. Anche l’allevamento, soprattutto di bovini, ovini e suini, riveste una considerevole importanza.

5.2   Industria e risorse minerarie

Il territorio serbo è particolarmente ricco di giacimenti metalliferi (piombo, rame, zinco e bauxite); prima dell’inizio degli eventi bellici l’attività industriale del paese è stata in gran parte legata all’estrazione e alla lavorazione delle risorse del sottosuolo. Altri settori di rilievo del paese, a loro volta fortemente compromessi dagli eventi bellici e dalle sanzioni economiche, sono quelli tessile, chimico, metallurgico, meccanico, agroalimentare e del legno.

6   ORDINAMENTO DELLO STATO

Tra le sei repubbliche costituenti la Iugoslavia, la Serbia adottò nel settembre 1990 una nuova Costituzione, che introdusse il multipartitismo e ridusse l’autonomia delle province della Vojvodina e del Kosovo concessa da Tito nel 1974. Secondo questa Costituzione la Serbia diventò una repubblica democratica parlamentare, ma per tutti gli anni Novanta rimase al potere un governo autoritario, diretto erede del passato regime socialista.

La Serbia ha mantenuto legami con il Montenegro fino al 2006, prima nella Repubblica Federale di Iugoslavia (costituita nell’aprile 1992 dopo la secessione della Slovenia, della Croazia, della Bosnia-Erzegovina e della Macedonia), poi, dal 2003, nella confederazione della Serbia e Montenegro. Il Kosovo, sottoposto dal 1999 all’amministrazione provvisoria dell’UNMIK (United Nation Mission in Kosovo), ha proclamato l’indipendenza il 17 febbraio 2008.

6.1   Potere esecutivo

Capo della repubblica serba è il presidente, eletto a suffragio universale ogni cinque anni. Il potere esecutivo spetta a un governo al cui vertice è il primo ministro.

6.2   Potere legislativo

Il potere legislativo spetta all’Assemblea nazionale (Narodna Skupština Srbije), organo unicamerale composto da 250 membri eletti a suffragio universale ogni quattro anni. Non è in vigore la pena di morte.

6.3   Forze politiche

Tra le principali forze politiche figurano i due partiti che hanno animato l’opposizione durante gli anni Novanta: il Partito democratico (Demokratska Stranka, DS; di tendenza moderata e filoccidentale) e il Partito democratico serbo (Demokratska Stranka Srbije, DSS; di tendenza nazionalista). Conservano una notevole influenza i due partiti più diretti eredi del passato regime: il Partito socialista serbo (Socijalisticka Partija Srbije, SPS, nazionalista), nato dalla trasformazione del partito unico della Lega dei comunisti, e soprattutto l’ultranazionalista Partito radicale serbo (Srpska Radikalna Stranka, SRS), oggi prima forza politica del paese.

7   STORIA

Il territorio dell’attuale Serbia fece parte anticamente della regione dell’Illiria; conquistato dai romani nel 44 d.C., divenne provincia dell’impero (vedi Mesia). Intorno al III secolo i goti compirono incursioni nella regione che, dopo il 395, divenne parte dell’impero bizantino. Tra il VI e il VII secolo i serbi, una popolazione slava proveniente dalla Galizia, si stanziarono soprattutto nella regione a ovest della Morava e cercarono alleanze con i bizantini. Organizzati in piccoli principati guidati da uno zupan, subirono, tra il VII e il XII secolo, il dominio dei grandi imperi vicini: prima quello bizantino, poi quello bulgaro di Simeone, poi nuovamente quello bizantino. Durante questo periodo iniziarono a emergere due entità nazionali: la Zeta, all’origine del Montenegro, e la Rascia (o Raska), dalla quale sarebbe nata la Serbia. Entrambe subirono l’influenza politica, culturale e religiosa dell’impero bizantino e, grazie all’attività missionaria di Cirillo e Metodio, videro la diffusione del cristianesimo e dell’alfabeto cirillico.

7.1   La formazione dello stato serbo

I serbi furono unificati a opera di Stefano Nemanja, che intorno al 1168 fondò sul territorio della Rascia il regno di Serbia. A Stefano Nemanja succedette il figlio secondogenito Stefano I. Durante il suo regno (1196-1227) venne creata una Chiesa ortodossa serba autocefala e la religione ortodossa diventò religione di stato.

La Serbia si espanse gradualmente fino a comprendere, sotto l’impero di Stefano IX Dušan (1331-1355), gran parte dell’odierno territorio di Serbia, Montenegro, Albania e Grecia. L’impero “dei serbi e dei greci” visse un periodo di stabilità e di sviluppo; vi fiorirono le arti e furono codificati leggi e statuti. Alla morte di Stefano Dušan scoppiò la lotta tra i nobili, che portò a una veloce disgregazione dello stato.

7.2   Il dominio ottomano

Nel 1389 i serbi furono sconfitti nella battaglia del Kosovo dall’esercito dell’impero ottomano. La conquista turca continuò con la presa di Smederevo nel 1459 e con quella di Belgrado nel 1521. Gli ottomani non intervennero sulla struttura della società serba, che conservò l’autonomia religiosa e una forte identità nazionale. La Serbia non conobbe infatti, contrariamente alle vicine Macedonia e Bosnia, l’islamizzazione (anche se le conversioni furono numerose, per ragioni politiche o economiche) né l’insediamento di altre popolazioni sul suo territorio. La libertà religiosa fu rispettata e il patriarcato, sospeso nel 1459, fu ripristinato nel 1557 (fino al 1765). I serbi erano obbligati a pagare le imposte, a fornire giornate di lavoro gratuito nelle corvè e giovani per il corpo dei giannizzeri.

Per tutto il periodo del dominio ottomano fu attiva una guerriglia contadina condotta sulle montagne dai cosiddetti haïduk (cioè “fuorilegge”), che andò via via rafforzandosi, soprattutto a partire dalla fine del XVII secolo, quando Austria e Russia iniziarono a scontrarsi con i turchi per il controllo sui Balcani. Dopo i trattati di Karlowitz (1699) e di Passarowitz (1718) molti serbi colonizzarono gli estremi lembi di territorio (krajne) passati sotto l’impero austriaco, assumendo così un’importantissima funzione di difesa dagli ottomani. Le aree lasciate libere dai serbi vennero spesso occupate da altre comunità; nella regione meridionale del Kosovo crebbe infatti la presenza di popolazioni albanesi di fede islamica.

7.3   La rinascita nazionale

All’inizio del XIX secolo, contemporaneamente al declino dell’impero ottomano, cominciò la lotta per l’indipendenza dello stato serbo, guidata da Gjeorgje Petrovič, detto Karagjeorgje; nel 1804 iniziarono violenti scontri che si protrassero per i nove anni successivi, fino a quando, nel 1813, l’impero ottomano riaffermò il proprio controllo sulla regione. Due anni dopo, Miloš Obrenovič guidò una seconda rivolta che liberò gran parte dei territori serbi. Obrenovič fu riconosciuto principe ereditario nel 1817 e alla Serbia venne concessa un’indipendenza limitata sotto la sovranità del sultano; in base al trattato di Adrianopoli, con cui si concluse la guerra russo-turca del 1828-29, la Serbia ottenne un’autonomia più ampia e il numero dei presidi turchi sul territorio venne ridotto.

La sanguinosa rivalità tra la famiglia degli Obrenovič e quella dei Karagjeorgjević (discendenti di Karagjeorgje, ucciso nel 1818 in un complotto al quale la famiglia Obrenovič non fu estranea) portò negli anni successivi a frequenti cambiamenti al vertice del potere: nel 1839 Miloš Obrenovič fu costretto ad abdicare in favore del figlio Milan, cui succedette nello stesso anno il fratello Michele.

Nel 1842 salì al trono il figlio di Karagjeorgje, Alessandro. Questi dotò il paese di nuove istituzioni (in particolare di un Codice civile nel 1844), favorì lo sviluppo dell’istruzione e stabilì buone relazioni con le grandi potenze occidentali, in particolare con la Francia di Napoleone III. Alessandro venne tuttavia deposto nel 1858, quando fu restaurata la dinastia degli Obrenovič.

7.4   Il controllo austroungarico

Durante il conflitto russo-turco del 1877-78 la Serbia strinse un’alleanza con la Russia, nell’intento di allontanare definitivamente gli ottomani dai Balcani. Nel 1878 il congresso di Berlino riconobbe l’indipendenza dei serbi, ma il paese fu di fatto sottomesso all’impero austroungarico. Nel 1882 Milan Obrenovič, con il sostegno dell’Austria, si autoproclamò sovrano e nel 1885 dichiarò guerra alla Bulgaria, ma i serbi subirono una dura sconfitta e scongiurarono la conquista del loro territorio solo grazie all’intervento austriaco. In seguito all’esito sfortunato del conflitto, il sovrano abdicò (1889) a favore del figlio, Alessandro I Obrenovič. Dispotico e corrotto, Alessandro fu ucciso nel 1903 dalla “Mano Nera”, un’associazione segreta di ufficiali dell’esercito. Con lui ebbe fine la dinastia degli Obrenovič e venne proclamato re Pietro I Karagjeorgjević.

I rapporti con l’Austria andarono deteriorandosi, soprattutto in seguito all’annessione da parte di quest’ultima della Bosnia-Erzegovina (1908), che fu determinante nell’avvicinamento della Serbia alla Russia. Nel 1912-13 i serbi presero parte alle guerre balcaniche, che portarono all’annessione del Kosovo, di parte della Macedonia e del Sangiaccato.

7.5   La prima guerra mondiale e la Iugoslavia

Nella crescente preoccupazione con cui l’Austria guardava all’espansione della Serbia, il 28 giugno 1914, nella città di Sarajevo, fu compiuto l’assassinio dell’erede al trono austriaco, l’arciduca Francesco Ferdinando, e di sua moglie per mano di un nazionalista serbo (vedi Attentato di Sarajevo). Il governo austriaco, accusando la Serbia dell’accaduto, le dichiarò guerra e invase il paese, dando inizio alla prima guerra mondiale.

Nel 1917 un comitato formato da patrioti serbi, croati, sloveni e montenegrini firmò un documento, impegnandosi a riunificare, sotto l’autorità del re serbo Alessandro Karagjeorgjević, i popoli slavi del Sud. Caduta la monarchia austroungarica, il 1° dicembre del 1918 fu proclamato il Regno dei serbi, croati e sloveni, rinominato nel 1929 Regno di Iugoslavia.

7.6   L’antagonismo serbo-croato

Nel nuovo stato scoppiò presto il conflitto tra il centralismo dei serbi e l’autonomismo delle altre nazioni. Nel 1934 Alessandro I venne ucciso a Marsiglia da un nazionalista croato; i contrasti tra serbi e croati si trasformarono in una vera e propria guerra combattuta nell’ambito della seconda guerra mondiale dopo la creazione, nel 1941, dello stato croato ustascia di Ante Pavelić, sostenuto dalla Germania nazista e dall’Italia fascista. La criminale condotta del regime ustascia allargò il fossato che separava i due popoli, producendo nello stesso momento una profonda spaccatura tra gli stessi croati, una cui cospicua parte alimentò le file della Resistenza partigiana guidata da un leader comunista croato, Josip Broz, detto Tito. Durante il conflitto mondiale, oltre alle forze ustascia e a quelle di Tito, nei Balcani agirono le milizie realiste e nazionaliste serbe dei cetnici, che raccolsero molti ufficiali dell’esercito monarchico intorno al generale Draža Mihajlović.

7.7   La Iugoslavia socialista

Occupata nella primavera del 1941 dalle forze naziste, la Serbia fu liberata a partire dal 1944 dall’esercito partigiano di Tito, che proseguì la sua avanzata fino a occupare, il 1° maggio del 1945, la città di Trieste, stabilendovi per circa un mese una propria amministrazione (Questione di Trieste). Dopo la sconfitta delle potenze dell’Asse, nel 1945 fu proclamata la nascita della Repubblica federale socialista di Iugoslavia, di cui la Serbia fu una delle repubbliche costituenti.

Sotto Tito la Iugoslavia tentò due difficili esperimenti, entrambi destinati al fallimento: il primo riguardava la costruzione di un modello socialista diverso e indipendente da quello sovietico; il secondo riguardava invece la costruzione di una cittadinanza “iugoslava”, atta a superare le divisioni e i contrasti che avevano contraddistinto sino ad allora il rapporto tra le diverse nazionalità. Con la morte di Tito, nel 1980, apparve chiara sia la crisi del modello politico (celata per anni) sia il fallimento del progetto nazionale; il nazionalismo, riapparso già negli anni Sessanta in Slovenia e Croazia, si diffuse in tutta la federazione, causando in breve una crisi irreversibile.

7.8   Crescita del nazionalismo

Nella vicenda dello sviluppo del contrasto nazionalista, la Serbia ebbe una parte rilevante. Alla rivolta albanese esplosa nel Kosovo nel 1981, all’indomani della morte di Tito, la Serbia reagì alimentando un forte risentimento nei confronti della provincia meridionale, accusata di volersi riunire con l’Albania privando la civiltà serba della sua “culla”. Nell’estate 1986 alcuni membri dell’Accademia delle scienze e delle arti di Belgrado, tra cui il romanziere Dobrica Ćosić, firmarono un Memorandum che conteneva – oltre che una forte critica rivolta alla leadership comunista iugoslava per la gestione dello stato e per l’“indebolimento” della Serbia nei confronti delle altre repubbliche – considerazioni sull’identità nazionale serba e sull’importanza del Kosovo nel suo sviluppo. Il Memorandum ebbe l’effetto di scatenare una violenta polemica all’interno della Iugoslavia (peraltro alimentata da una raccolta di saggi di uguale tono nazionalistico, pubblicata in Slovenia pochi mesi dopo) e il rafforzamento delle tesi nazionaliste serbe, ma anche la ripresa della “mitologia” serba, legata al ruolo svolto dai serbi nello scontro tra l’islam e il cristianesimo nei Balcani.

Nel 1986 Slobodan Milošević, un personaggio poco conosciuto e da poco entrato in politica, divenne segretario della Lega dei comunisti. Il nuovo leader iugoslavo tentò di sfruttare il malcontento generale, il risentimento serbo e le polemiche nazionali (spesso artificiose e funzionali all’indebolimento della Federazione), alimentate dalle tensioni in Kosovo, per consolidare la sua posizione all’interno del regime.

Nella primavera del 1989 la Serbia revocò l’autonomia alla Vojvodina e al Kosovo. In giugno, nel seicentesimo anniversario della battaglia del Kosovo, Milošević raccolse più di un milione di persone nei pressi di Priština, rivendicando la sovranità serba sulla regione e la centralità della componente serba nella Federazione iugoslava. Milošević venne eletto alla presidenza della repubblica serba nel dicembre dello stesso anno. Nel 1990 la Lega dei comunisti, il partito unico al potere, aprì il sistema politico al multipartitismo. Le elezioni tenute in dicembre confermarono Milošević alla presidenza della Serbia.

7.9   Scoppio del conflitto

Nel giugno del 1991 Croazia e Slovenia proclamarono l’indipendenza. La Serbia compì un estremo tentativo di scongiurare la dissoluzione della Federazione inviando le truppe federali nelle due repubbliche. Se in Slovenia il contrasto durò pochi giorni e fu sostanzialmente incruento, il conflitto con la Croazia durò diversi mesi e causò migliaia di vittime. Nell’arco di pochi mesi si consumò la fine dello stato federale iugoslavo; dopo la Slovenia e la Croazia, anche la Macedonia e la Bosnia-Erzegovina (dove scoppiò il conflitto più lungo e violento) proclamarono infatti l’indipendenza.

7.10   La Repubblica Federale di Iugoslavia

Nell’aprile 1992 Serbia e Montenegro proclamarono la costituzione della Repubblica federale di Iugoslavia, dichiarata erede legittima della precedente repubblica; il nuovo stato non ottenne però il riconoscimento della comunità internazionale.

Nei mesi seguenti la situazione politica ed economica della Serbia andò continuamente peggiorando. Milošević mise in atto una politica fortemente autoritaria – imponendo uno stretto controllo sulla stampa e sulle televisioni e mettendo a tacere le opposizioni e le minoranze – e sostenne i serbi nella guerra che li opponeva in Bosnia ai croati e ai musulmani (vedi Guerra civile iugoslava). Nel dicembre del 1992 Milošević venne confermato alla presidenza del paese in elezioni fortemente contestate dalle opposizioni; non riuscì però a ottenere la maggioranza dei seggi in Parlamento e fu costretto a formare un governo di coalizione.

7.11   Il regime autoritario

In seguito alla grave situazione economica e sociale del paese e alle pressioni internazionali, a partire dal 1994 la Serbia ridusse progressivamente il proprio sostegno ai serbo-bosniaci; questo nuovo atteggiamento – che fruttò al paese un alleggerimento delle sanzioni economiche – consentì anche l’avvio di trattative di pace in Bosnia, che nel novembre 1995 approdarono alla ratifica degli accordi di Dayton e alla fine del conflitto bosniaco. Nell’ottobre del 1996, in seguito agli accordi, le sanzioni internazionali che gravavano sulla Serbia furono parzialmente revocate.

Sebbene il territorio serbo non fosse stato interessato che in minima parte dallo scontro militare, il conflitto causò in Serbia una profonda crisi economica e politica, e una forte opposizione al potere di Milošević.

Nel novembre 1996 la decisione di Milošević di annullare le elezioni municipali in cui il suo Partito socialista (l’ex Lega dei comunisti) era stato battuto, provocò un moto di rivolta delle opposizioni e della società civile. Dopo tre mesi di manifestazioni di piazza e una missione dell’OSCE per trovare una soluzione alla crisi, il regime fu costretto a riconoscere i risultati delle elezioni, che assegnavano il governo di una ventina di città, tra cui Belgrado, all’opposizione democratica del cartello Zajedno (“Insieme”). Le speranze suscitate dalla vittoria delle opposizioni durarono tuttavia pochi mesi; infatti, a causa delle rivalità sorte tra i suoi leader, la coalizione si sciolse.

Nel luglio 1997 il presidente Milošević, che non avrebbe più potuto candidarsi alla presidenza serba, si fece eleggere alla presidenza della Repubblica federale. Nelle elezioni presidenziali serbe di settembre il candidato del Partito socialista, Zoran Lilić, fu battuto dal leader ultranazionalista Vojislav Šešelj, ma la consultazione, che non aveva raggiunto il quorum del 50% dei voti, venne annullata. Nelle contestuali legislative, boicottate dalle opposizioni, il Partito socialista ottenne solo 98 seggi su 250 e per costituire il governo dovette ricorrere al sostegno dell’ultranazionalista Partito radicale serbo. A dicembre venne eletto alla presidenza della repubblica serba un membro del Partito socialista, Milan Milutinović. La Serbia che uscì dalle diverse prove elettorali del 1997 era un paese spaccato e pericolosamente sbilanciato su una linea autoritaria e ultranazionalista, sottolineata dalla presenza al governo del leader radicale Šešelj.

7.12   Crisi del Kosovo

Nel 1998 il conflitto nazionalistico si riaccese lì dove era sorto quasi dieci anni prima: nel Kosovo. Durante tutti gli anni Novanta la situazione nella provincia a maggioranza albanese si era andata progressivamente deteriorando, fino a indurre una parte della popolazione kosovara ad abbandonare la posizione pacifista sostenuta da Ibrahim Rugova. A peggiorare la situazione fu l’insediamento, peraltro contenuto, nella provincia, di profughi serbi della Bosnia e della Croazia; il timore che Milošević volesse utilizzare i profughi per colonizzare il Kosovo e modificarne a favore dei serbi gli equilibri demografici, causò tra i kosovari-albanesi la crescita del malcontento e il farsi strada di posizioni più radicali. Nel 1996 fece la sua comparsa un movimento di resistenza armata, l’Esercito di liberazione del Kosovo (UÇK).

Dall’estate del 1997 l’azione dell’UÇK si intensificò e la sua posizione indipendentista ottenne un crescente sostegno tra la popolazione albanese del Kosovo. Nel tentativo di ripristinare il controllo sul territorio, il regime serbo rispose rafforzando la sua presenza militare nella provincia. L’offensiva lanciata dalle truppe serbe nel 1998 contro l’UÇK coinvolse pesantemente la popolazione civile, causando centinaia di vittime e la distruzione di interi villaggi. Al risoluto intervento delle truppe ufficiali si aggiunse – analogamente a quanto era successo in Bosnia durante il precedente conflitto – la criminale operazione di pulizia etnica delle bande paramilitari.

Nel marzo 1998, temendo che lo scontro in Kosovo potesse provocare la ripresa della guerra e la sua estensione al resto dei Balcani, il Gruppo di contatto (istituito per vigilare sulla pace nell’ex Iugoslavia e formato da Stati Uniti, Russia, Francia, Germania, Regno Unito e Italia) impose, con il solo parere contrario della Russia, sanzioni economiche alla Serbia e minacciò un intervento militare se questa non avesse accettato di ritirare le proprie truppe e di avviare un negoziato di pace con i rappresentanti della popolazione albanese del Kosovo. In ottobre fu raggiunto un accordo che stabiliva il cessate il fuoco e l’invio di 2000 osservatori dell’OSCE nel Kosovo.

Le continue violazioni della tregua verificatesi nei mesi seguenti e l’aumento del flusso dei profughi, dovuto alle crescenti violenze sulla popolazione civile, portarono a un’ulteriore iniziativa diplomatica. Tra febbraio e marzo 1999 una bozza di accordo preparata dal Gruppo di contatto fu sottoposta alle delegazioni del governo serbo e della popolazione kosovaro-albanese convocate a Rambouillet, in Francia; l’accordo prevedeva il rispetto dei diritti fondamentali della comunità albanese (politici, religiosi, culturali ecc.) e la concessione di una sostanziale autonomia al Kosovo.

Sebbene le parti avessero raggiunto una buona convergenza su molti punti, la prima fase della conferenza di Rambouillet non ebbe tuttavia alcun esito. Infatti, mentre i rappresentanti della popolazione kosovaro-albanese cercavano di cogliere l’occasione favorevole per indurre le potenze occidentali all’immediato riconoscimento del Kosovo come stato indipendente, la Serbia respingeva le clausole che imponevano al paese l’accettazione incondizionata della presenza di forze militari NATO sul territorio dell’intera Federazione iugoslava. Inoltre, la Serbia respingeva l’ipotesi di un referendum da tenersi in Kosovo a distanza di tre anni dall’accordo, che avrebbe riproposto e reso a quel punto inevitabile il distacco dalla Serbia di un Kosovo protetto da truppe straniere.

Nella seconda tornata dei negoziati i complessi problemi politici e diplomatici rimasero irrisolti; al termine della conferenza, mentre i rappresentanti dei kosovaro-albanesi dichiaravano infine la loro disponibilità a firmare l’accordo, i serbi lo respinsero definitivamente. In seguito al fallimento della conferenza, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Italia, sostenuti dagli altri paesi della NATO, concordarono l’intervento militare; la notte del 24 marzo 1999 iniziarono le incursioni e i bombardamenti degli aerei dell’Alleanza atlantica sulla Serbia e sulle truppe serbe in Kosovo.

Giustificata come un’inevitabile “ingerenza umanitaria” negli affari interni di un paese sovrano, l’operazione “Allied Forces” della NATO costituì il primo intervento militare lanciato senza una preventiva autorizzazione delle Nazioni Unite. Dopo 78 giorni di bombardamenti, agli inizi di giugno la Serbia accettò una proposta di accordo che escludeva la presenza di truppe militari straniere sul suo territorio, confermava la sovranità serba sul Kosovo, ma accettava un’amministrazione provvisoria del Kosovo da parte delle Nazioni Unite (UNMIK, United Nation Mission in Kosovo) e concedeva alla provincia albanese un’ampia autonomia, garantita da un contingente di sicurezza dell’ONU (KFOR) analogo a quello stanziato dal 1995 in Bosnia e costituito da truppe dei paesi del Gruppo di contatto, compresa la Russia.

7.13   Il crollo del regime di Milošević

Nel Kosovo le conseguenze del conflitto furono drammatiche. La comunità albanese, costretta, dopo l’inizio dell’attacco aereo della NATO, ad abbandonare le proprie case dalla repressione serba e a cercare rifugio nei paesi vicini (Albania, Macedonia e Montenegro), trovò al suo rientro città e villaggi colpiti dai bombardamenti e sistematicamente saccheggiati e messi a ferro e fuoco dalle truppe di Belgrado. La comunità serba fu sottoposta nei mesi successivi alla rappresaglia albanese (in cui si distinsero le milizie dell’UÇK) e fu a sua volta costretta ad abbandonare in massa la provincia.

L’intervento della NATO inflisse gravissime perdite, umane ed economiche, alla Serbia, sottoposta per più di due mesi a un intenso bombardamento che colpì, oltre agli obiettivi militari, la rete di comunicazione stradale e ferroviaria, ospedali, scuole e numerose fabbriche. Il regime serbo, pur essendo riuscito a contenere la crisi che lo stava erodendo da anni, fu del tutto isolato a livello internazionale e incapace ad avviare la ricostruzione del paese. Nel corso del 2000 Milośević, accusato di crimini contro l’umanità dal Tribunale dell’Aia, vide precipitare il suo consenso presso la popolazione serba, sempre più stretta nella morsa della crisi economica, ma perse anche il sostegno di interi settori del regime e dell’esercito. Nel tentativo di puntellare il suo ormai traballante potere, tra la primavera e l’estate impose al Parlamento federale una serie di emendamenti alla Costituzione della Federazione e, assicuratosi in questo modo il diritto di concorrere nuovamente alla presidenza, indisse nuove elezioni.

Le successive elezioni presidenziali federali, svoltesi a settembre, causarono un profondo rimescolamento del quadro politico balcanico. La strategia di Milošević naufragò infatti contro la ritrovata unità delle opposizioni, cheraccolsero un forte consenso intorno al loro candidato Vojislav Kostunica. Sconfitto già al primo turno, Milośević tentò di invalidare i risultati del voto ma fu infine costretto a riconoscere la vittoria delle opposizioni.

7.14   La difficile transizione

La sconfitta di Milošević aprì nella Serbia e nei Balcani una prospettiva del tutto inedita. Nelle elezioni legislative svoltesi alla fine di dicembre del 2000, il fronte dell’Opposizione democratica, composto da diciotto partiti, ottenne il 64% dei voti e 176 dei 250 seggi del Parlamento serbo.

Nel febbraio 2001 si insediò il nuovo governo serbo, alla cui guida fu chiamato Zoran Djindjić. Di simpatie apertamente filoccidentali, Djindjić si apprestò a chiudere i conti con il passato regime.

Milošević venne accusato di abuso di potere e di reati finanziari. Il 31 marzo, dopo giorni di convulse consultazioni istituzionali e una drammatica trattativa, l’ex leader serbo si consegnò alle forze di polizia e fu posto agli arresti.

Durante tutta la primavera, la vicenda di Milošević alimentò un’aspra contesa tra le istituzioni federali e quelle serbe e, soprattutto, tra i due più importanti artefici della disfatta del vecchio regime e del suo forte apparato, Kostunica e Djindjić: il primo, nazionalista e gradualista, attento a mediare tra le varie componenti sociali e politiche del paese per non compromettere il processo di democratizzazione; il secondo, risoluto a stabilire un forte legame con i governi occidentali e a operare un’ampia ristrutturazione economica e politica. Il 28 giugno 2001, scavalcando le autorità federali, Djindjić consegnò Milošević al Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia.

7.15   Contrasti interni e questione federale

La decisione del governo serbo portò alla luce la debolezza del ruolo della presidenza federale e causò la crisi della coalizione democratica. A emarginare ulteriormente Kostunica fu anche la ripresa del contrasto federale con il Montenegro. Nel marzo 2002 i rappresentanti delle repubbliche di Serbia e Montenegro, affiancati dalla diplomazia europea, sottoscrissero un accordo che prevedeva una nuova unione di tipo confederale chiamata “Serbia e Montenegro”. Ratificato nel febbraio 2003, l’accordo prevedeva, trascorsi tre anni, la possibilità di accedere all’indipendenza attraverso un referendum.

La Serbia, sempre più debole e isolata, scivolò in un nuovo periodo di instabilità e violenza. Caddero infatti, sotto i colpi di ignoti sicari, diversi esponenti del mondo politico-istituzionale, dell’esercito e del sottobosco affaristico-criminale che aveva prosperato durante la guerra civile; tra questi, Zeljko Raznatović, meglio conosciuto con il nome di Arkan, capo delle “Tigri”, una delle più potenti e sanguinarie milizie paramilitari serbe attive nella guerra in Bosnia-Erzegovina.

Nell’autunno 2002, i due principali partiti democratici si presentarono separati nella corsa alla presidenza serba, e dopo il primo turno il partito di Djindjić, di fronte alla sconfitta del suo candidato, disertò le elezioni; tra ottobre e dicembre si tennero due diversi turni elettorali, ma in nessuno dei due fu raggiunto il quorum del 50% previsto dalla legge.

Nel 2003 si intensificò la lotta tra poteri e apparati nuovi e vecchi. Alla fine di gennaio, sottoposti a fortissime pressioni, si consegnarono al Tribunale penale internazionale dell’Aia due esponenti di primissimo piano del passato regime iugoslavo: Vojislav Sešelj, leader del nazionalismo serbo più estremo e capo del Partito radicale serbo, e Milan Milutinović, ex presidente della repubblica serba. La risposta dei vecchi apparati non si fece attendere; il 12 marzo, il primo ministro Djindjić venne raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco davanti alla sede del governo, morendo poche ore dopo. Nelle settimane che seguirono, con il paese in stato d’assedio, furono arrestati più di mille esponenti del mondo politico, della polizia, dell’esercito e dei servizi segreti legati al passato regime. Nel contempo venne lanciata una campagna di epurazione, congedando molti funzionari dello stato e della magistratura.

La profonde divisioni politiche e la sfiducia verso il nuovo regime si rifletterono sulle elezioni legislative anticipate del 28 dicembre 2003. Caratterizzate da un elevato astensionismo, le elezioni assegnarono la vittoria al Partito radicale serbo di Vojislav Sešelj. Dopo difficili consultazioni, venne formato un governo di minoranza guidato da Vojislav Kostunica. Il Partito radicale serbo ottenne un nuovo sorprendente risultato nelle elezioni presidenziali serbe del giugno 2004, quando il suo candidato, vinto il primo turno, raccolse il 45% dei voti al secondo turno, nel quale tuttavia si affermò, grazie a una ritrovata unità dei partiti democratici e moderati, il candidato del Partito democratico Boris Tadić.

Nel marzo del 2004 riesplose la tensione in Kosovo. Gli scontri, che ebbero per epicentro la città di Mitrovica, provocarono in pochi giorni una quarantina di morti (in gran parte serbi) e più di seicento feriti, tra cui una sessantina di soldati della forza multinazionale della NATO, oltre alla distruzione di una trentina di chiese ortodosse e di una decina di villaggi serbi. Nelle elezioni legislative kosovare dell’ottobre 2004 si affermò la Lega democratica del Kosovo (45,4%), seguita dal Partito democratico (28,9%), legato all’UÇK. Alle elezioni non partecipò tuttavia, in segno di protesta, la minoranza serba.

7.16   Indipendenza del Montenegro

Nell’ottobre 2005 vennero avviati i colloqui di associazione all’Unione Europea della Serbia e Montenegro. Agli inizi del 2006 scomparvero, a poche settimane di distanza, sia il presidente del Kosovo Ibrahim Rugova sia l’ex presidente serbo Slobodan Milošević. La morte del controverso leader serbo, avvenuta nelle carceri del Tribunale penale internazionale dell’Aia, alimentò molte polemiche nel paese. Nei mesi seguenti, la Serbia venne formalmente richiamata dall’Unione Europea per la scarsa collaborazione fornita nella ricerca del generale Ratko Mladić, accusato di gravi crimini compiuti durante la guerra civile e in particolare dell’eccidio di Srebrenica.

Nel maggio 2006 il Montenegro si pronunciò, attraverso un referendum, per l’indipendenza, che venne proclamata il 3 giugno. Nello stesso mese iniziarono a Vienna, sotto l’egida delle Nazioni Unite, i negoziati per lo status del Kosovo. In ottobre, un referendum boicottato dai kosovari albanesi approvò in Serbia una nuova Costituzione, che proclamava il Kosovo parte inalienabile del paese. Nel febbraio 2007, la proposta presentata dall’incaricato delle Nazioni Unite Martti Ahtisaari, favorevole all’indipendenza del Kosovo, venne rigettata dalla Serbia.

Nelle elezioni legislative del gennaio 2007 il Partito radicale serbo, la formazione ultranazionalista di Vojislav Sešelj, si confermò primo partito della Serbia. Alle sue spalle si piazzarono il Partito democratico e il Partito democratico serbo, che a maggio diedero vita a un nuovo governo di coalizione guidato da Vojislav Kostunica.

7.17   Sviluppi recenti

Nel novembre 2007, i negoziati di Vienna sullo status del Kosovo giungono a una situazione di stallo. La Serbia respinge l’indipendenza del Kosovo, ma l’offerta di un’amplissima autonomia alla provincia albanese viene a sua volta respinta dalla leadership nazionalista kosovara.

Il 3 febbraio 2008 il leader del Partito democratico Boris Tadić è rieletto alla presidenza serba battendo per pochi voti il candidato nazionalista Tomislav Nikolić. Il 17 febbraio il Parlamento di Priština proclama l’indipendenza del Kosovo, che la Serbia giudica illegale. Il 21 febbraio, ai margini di una folta manifestazione promossa dal governo serbo a Belgrado, gruppi ultranazionalisti assaltano l’ambasciata degli Stati Uniti.